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Ventimiglia

 14,40

Ne emerge uno spaccato generazionale che descrive la comunità tiburtina degli anni ‘90 e 2000, i luoghi di incontro, le comitive, la partecipazione politica, il tessuto sociale, in modo schietto, sincero, emozionante. Tra le pagine c’è tanta buona musica (e una spiccata predilezione per i Sex Pistols), amore viscerale per la propria città di origine, disincanto e passione, sentimenti che spesso hanno portato Riccardo a vivere a cuore aperto, tra accelerazioni e improvvise frenate.

Un romanzo introspettivo, che segue il percorso evolutivo di un bambino che si lasciava trascinare, nel bene e nel male, dalla potenza delle amicizie, e diventando uomo inizia a risolversi e a comprendere, alla vigilia dei suoi 40 anni, di essere stato ingannato da se stesso, per aver preteso sempre una vita sopra le righe, a volte un po’ estrema, senza apprezzare la bellezza della normalità.

Ci si dimentica le patacche prese per buone, i letti scomodi su cui abbiamo dormito, il cibo in scatola dove abbiamo mangiato, le notti al freddo in macchina, in posizione scomoda, tentando di recuperare cose che oramai era giusto che andassero altrove, facendo uscire parole che nemmeno pensavamo ma che, dettate dagli istanti e dai momentanei entusiasmi, avevano inevitabilmente lasciato un segno sulla pelle di chi era di fianco e che illudevamo, illudendo prima noi stessi, con la scusa dei “per sempre”.

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