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Le aquile di Zeythun

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Turchia 1895. Il sultano Abdul Hamid vuole reprimere i movimenti di protesta delle minoranze armene, guidate dal partito socialdemocratico Hnchak, che mirano a ottenere le riforme previste dal trattato di Berlino del 1878. Ciò che teme è che possa ripetersi quanto già accaduto nei Balcani a causa dell’indipendentismo slavo. Decide quindi di adottare una politica di feroce rappresaglia per scoraggiare ogni aspirazione innovatrice, approfittando anche della “morbidezza” delle proteste delle nazioni europee. Interi villaggi vengono così rasi al suolo e la popolazione armena massacrata.

L’occasione è propizia per chiudere vecchi conti ancora aperti con Zeythun, una indomita città armena arroccata sui monti della Cilicia. Un esercito di cinquantottomila uomini viene così inviato per annientarla, e vendicare la bruciante sconfitta che l’esercito turco aveva subito nel 1862, anno della prima ribellione di Zeythun.

I turchi erano convinti che avrebbero distrutto la città nel giro di pochi giorni, ma la resistenza della città minò clamorosamente le loro certezze.

La prima cannonata arrivò con il fragore del tuono alle prime luci dell’alba e fece sobbalzare nel letto quelli che non si erano ancora alzati, e precipitare in strada quelli già in piedi. Non tutti però furono colti di sorpresa: quelli appostati sulle barricate erano preparati. L’attacco alla città aveva avuto inizio: era un giorno di sabato. Il V Corpo d’Armata dell’esercito turco, con 20.000 soldati, appoggiato da 38.000 irregolari, oltre a 12 cannoni, assaltarono Zeythun con l’intento di raderla al suolo in poco tempo. Non avrebbero mai immaginato che 1.500 ribelli fedayi, armati per lo più di fucili a pietra, avrebbero opposto una resistenza tale da essere non solo inaspettata, ma addirittura sorprendentemente efficace.

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