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La dittatura occulta

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Per capire il presente bisogna conoscere le radici. Per comprendere il modo in cui ancora oggi, con uno strapotere elettorale e politico da parte delle forze conservatrici, il progressismo cerchi di ricorrere a qualsiasi mezzo pur di non perdere terreno su uno dei più cruciali campi di battaglia, ovverosia la cultura, bisogna conoscere, al di là delle mistificazioni, gli anni della “contestazione”. Perché fra il 1967 e il 1974 si pose mano a quella demolizione del costume, delle abitudini, del modo di vivere e di essere che, nell’arco di un cinquantennio, ha prodotto l’Italia di oggi, in cui, a prescindere da Palazzo Chigi, dettano legge gli ex rivoluzionari di ieri divenuti iperconservatori. Di quell’epoca si ha un’immagine fuorviante, volutamente distorta dai falsificatori di professione. Occorre allora ricordare cosa avvenne agli immemori, ma soprattutto alle nuove generazioni che non l’hanno vissuta e non ne sanno alcunché. Nulla di meglio, allora, che rileggere quanto scrisse allora Gianfranco de Turris, un testimone di quel periodo, per prendere coscienza di come le lotte del presente siano conseguenza diretta di quelle del passato. L’analisi del clima, delle storie, e degli equilibri dell’epoca può aiutare a capire in che modo sarà possibile rifondare le strutture del presente.

La ‘dittatura occulta’ non solo non è cessata ma si è rafforzata e modificata per due aspetti fondamentali. Intanto, non è più ‘occulta’ perché viene dichiarata apertamente e si autodefinisce. Poi, non è più ispirata dal pensiero di sinistra, legato al marxismo, al comunismo, all’operaismo, allo strutturalismo. Oggi la ‘dittatura’ è quella del ‘politicamente corretto’ che agisce direttamente sul linguaggio, imponendo la sostituzione di alcuni termini – che erano insiti nella conoscenza comune per rappresentare delle realtà – con altri di significato ambiguo e spesso incomprensibile o assurdo.

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