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31 maggio 1920. Dopo centosei giorni di viaggio, centonove ore di volo e diciottomila chilometri percorsi tra tempeste, guasti, montagne e deserti, due aviatori italiani emergono dalla nebbia sopra Tokyo. Quando gli aeroplani di Arturo Ferrarin e Guido Masiero compaiono nel cielo della capitale giapponese, duecentomila persone gridano all’unisono: «Italia Banzai!».
I Samurai del Cielo racconta l’epopea dei due piloti che, pochi anni dopo la fine della Grande Guerra, sfidarono l’impossibile per realizzare il sogno di Gabriele D’Annunzio: unire con le ali due mondi lontani, Roma e il Giappone, l’Occidente e l’Oriente. Tra cronaca storica e racconto d’avventura, il libro segue Ferrarin e Masiero attraverso una rotta che attraversa continenti, culture e pericoli. Accolti in Giappone come eroi, ricevuti a Palazzo Imperiale dal futuro imperatore Hirohito e dall’imperatrice Teimei, insigniti di onorificenze e doni simbolici come la katana dei samurai, Ferrarin e Masiero diventano il volto di un’Italia capace di stupire il mondo.
La loro impresa suscita ammirazione persino in Cina, dove l’immagine di Ferrarin viene collocata in un tempio accanto a quella di Marco Polo, altro ponte tra Oriente e Occidente.
Navi da guerra nipponiche erano state dislocate a intervalli regolari per guidare l’aereo di Ferrarin, ma il maltempo impedì di avvistarle. Finalmente apparve Osaka, una delle maggiori città industriali del nuovo Giappone: ed è sulla piazza d’armi della città che Ferrarin atterrò il 30 maggio 1920. Erano trascorsi tre mesi da quella mattina a Centocelle in cui tutto era iniziato.
Alle ore 10 del 31 maggio i due biplani decollarono per l’ultima tappa di quel volo straordinario. Tokyo li attendeva.